Cartoline: 3 immagini dello scartamento ridotto

Continuando sul tema dello scartamento ridotto, dopo il calendario 2014 con immagini di ferrovie austriache, sono ora disponibili 3 cartoline. Le immagini raffigurano convogli su una fermata della Stainzerbahn, sul viadotto Grub della Feistritztalbahn ed un’immagine d’epoca delle Ferrovie Calabro Lucane (foto archivio FMC).

Il set di 3 cartoline può essere richiesto ai recapiti dell’associazione (info@fermodelclub.it) ed è sufficiente un contributo di minimo 2,00 euro più eventuali spese di spedizione.

Visita soci KZMZ

Una delegazione del Club di Zagabria (KZMZ – www.kzmz.hr ) ha fatto visita alla nostra sede. Un’occasione per incontrare i soci di uno del gruppi conosciuti agli incontri dei club della Mitteleuropa, e mostrare i nostri plastici, il museo, la biblioteca ed i progetti.

Some members of KZMZ from Zagreb (www.kzmz.hr) came to visit our headquarter. An opportunity to meet the partners of one of the clubs knew at meetings of Mitteleuropean railway enthusiasts, and show them our layouts, museum, library and projects.

Il canto della Locomotiva

“E risuona il mio barbarico Yawp sopra i tetti del mondo”, disse la locomotiva.
Inutile cercare: questo verso non si trova in “Ad una locomotiva d’inverno” di Walt Whitman. Però è come se tutti i versi del poema puntino verso questa conclusione, a questo verso che fa parte di una più celebre poesia di Whitman (“Il canto di me stesso”).
La locomotiva è la forza prorompente della seconda metà dell’800: non c’è paragone con fabbriche, acciaierie, battelli a vapore e altre manifestazioni della rivoluzione industriale. La locomotiva è l’immagine di tutto questo, la rappresentante del progresso tecnologico, l’espressione della potenza -intesa proprio, semplificando un po’ i termini, come energia per unità di tempo- prodotta in quantità tali come mai prima nella storia; ma, soprattutto, sotto il controllo diretto dell’uomo, rompendo il legame con i ritmi stagionali e l’imprevedibilità della natura che fino ad allora erano stati un limite invalicabile per le attività umane.
E’ vedendo una locomotiva in corsa che chiunque si può entusiasmare, non certo guardando una fabbrica o un’acciaieria che all’esterno producono solo fumi e odori. E’ seguendo una locomotiva in testa al suo treno che si può sognare, mentre star ad osservare i movimenti ripetitivi dei torni, delle presse e di tutte le altre macchine che si trovano in una fabbrica è più facile che produca noia. La locomotiva per il treno, il treno per la ferrovia, la ferrovia per il progresso: queste le sineddochi che collegano la locomotiva al progresso.
E all’epoca sono chiaramente comprese ed utilizzate, sia in positivo -Whitman e Carducci- che in negativo -Dickinson-.
La locomotiva insomma non poteva sfuggire a Whitman, questo incontenibile e vulcanico cantore di quanto di positivo c’è nell’umanità ed in ogni singola persona; solo che quando scrive questa poesia si pone un problema: come presentare la locomotiva e come elogiarla senza farne un freddo monumento? Non è persona per le soluzioni facili, venti strofe in terzine o alessandrini con rime banali ed è fatta, visto che fu lui a dire “Ai giovani letterati voglio dare tre bei consigli: Primo, non scrivete poesia; secondo idem; terzo idem.”. E mantiene la parola data: scrive versi liberi con termini arcaici, causando un’apparente contraddizione -lui che delle contraddizioni non aveva paura- che dà alle parole un’insolita forza, si rivolge alla locomotiva dandole del tu -thee come soggetto, thy come possessivo- perché questa è sì una lode ed anche un’invocazione, ma è pure un confronto da pari a pari: io e te. Emily Dickinson fa tutta un’altra scelta, rifugiandosi in un impersonale e neutro “it” che mantiene le distanze e consente di gettare un occhio critico sul progresso.
La descrizione della locomotiva offerta al lettore è un altro colpo di genio: inizia solo alla terza strofa e parlando delle caratteristiche acustiche (il ritmo pari, il battito convulsivo); solo alla quarta riga si arriva alla descrizione visiva con una scomposizione dei volumi che se non è cubista, beh, poco ci manca.
Dalla presentazione delle singole parti Whitman inizia a costruire la locomotiva, perché tutto sommato parla di qualcosa che ha ancora il sapore del nuovo, sul quale si possono fare molte scelte estetiche, senza dover essere provocativi.
Avesse scritto il suo poema settanta anni dopo, probabilmente non sarebbe stato più vero e le sue scelte sarebbero state diverse. O, forse, lo stesso poema scritto settant’anni dopo avrebbe avuto un significato profondamente diverso -direbbe Borges-.
Cerchiamo di capire cosa sarebbe accaduto: più o meno settant’anni dopo “To a locomotive in winter”, Pierre Schaeffer pubblica “Étude aux chemins de fer”, brano sonoro che segna la nascita della musica concreta, assemblando registrazioni sonore fatte in una stazione. Tutti, ascoltando questo brano, dicono istintivamente: “è un treno”, “è una locomotiva”, “è il fischio del capostazone”. E cadono nella provocazione di Schaeffer che lavora con immagini sonore talmente comuni che la loro identificazione con un luogo o con un oggetto è così veloce da non lasciare il tempo di sentirli come suoni, come invece avrebbe fatto un contemporaneo di Bach che nulla sapeva di treni, locomotive, stazioni. Questo signore borghese o nobile con parrucca si sarebbe probabilmente alzato dalla sedia e, disgustato, sarebbe uscito dalla sala all’udire la composizione di Schaeffer, ma non avrebbe mai pensato ad un treno! Fosse stato uno del popolo sarebbe scappato a gambe levate in cerca di un esorcista perché c’è uno che ha una scatola con un diavolo (uno? decine e decine di diavoli!) dentro che fa rumori terrificanti. Però nemmeno lui avrebbe pensato ad una locomotiva.
La prospettiva di Schaeffer è l’opposto di quella di Whitman: Schaeffer ci fa vedere una fotografia di una locomotiva (un quadro per l’uomo settecentesco, ugualmente incomprensibile quanto la registrazione) e ci chiede di dimenticare l’oggetto completo, cercando di soffermarsi sui suoi elementi costitutivi: colori, forme, luci e poi ruote, bielle, caldaia, fino alla ricostruzione dell’immagine completa. Vera scatola di montaggio con tutte le parti e libretto di istruzioni. Whitman invece ci sottopone dei colori, delle forme e degli oggetti elementari che noi comporremo come locomotiva: lui nel testo non lo fa, tanto che la parola “locomotiva” non appare nel poema, se non nel suo titolo. Non ci da le istruzioni per il montaggio perché parla a persone per le quali la ferrovia è certamente un elemento di novità, ma è già ben nota e facilmente identificabile  dalle sue componenti, senza passare per provocazioni novecentesche.
Così facendo elenca lamiere, longheroni, bielle, lampade, pennacchi di vapore e nuvole di fumo, camino, balestre, valvole, ruote -descritte dallo sfarfallio dei raggi in rotazione- e infine le carrozze: la locomotiva c’è tutta e facilmente riconoscibile anche per noi ormai troppo abituati a vederla nella sua interezza.
L’ambientazione è invernale, anche se il testo dedica poche parole alla stagione e al clima, perché è nella stagione più difficile per l’uomo e gli animali -solo pochi anni prima l’inverno bloccava i trasporti e isolava molte località- che maggiormente risaltano la potenza e l’invincibilità della locomotiva che probabilmente non a caso entra in scena al tramonto della giornata d’inverno.
Ed ora Whitman fa qualcosa in più, qualcosa di inatteso e spettacolare: ha invocato e descritto la locomotiva, ne ha narrato le sue qualità eroiche e ora la chiama a sostituirsi a lui nella narrazione, a servire lei la musa come poetessa.
La locomotiva non è più un oggetto esterno da lodare e glorificare -nelle intenzioni di Whitman probabilmente non lo è mai stato-, ma è un soggetto autonomo, capace di espressività propria, che può stare su un piano di parità con l’uomo.
E la locomotiva gli parla e gli canta il suo poema; è Whitman che ce lo dice, anche se non ci riferisce le parole, ma ci spiega come lo fa: di giorno con la sua campana (siamo negli USA e le locomotive devono essere dotate di una campana) e con il suo fischio, con i suoi fanali di notte. E il canto della locomotiva è di una libertà estrema, non sottoposto ad alcuna legge (lawless, lo definisce Whitman), potente e coraggioso, ma questo da una prospettiva umana perché per lei, per la locomotiva, tutto corrisponde ad una sua legge completa e vincolante.
E un Whitman molto riflessivo quello che scrive questi versi, perché capisce dal poema che gli sta cantando la locomotiva che quanto c’è di nuovo arriva senza che lo si possa arrestare e scardina l’ordine esistente, ma non per questo lo si può definire privo di legge: il nuovo si presenta con una sua legge, ma siamo noi che non riusciamo ancora a vederla. Whitman sembra volerci dire che, pur con tutta la sua carica positiva, il progresso non deve essere accettato acriticamente, ma ascoltato, capito e valutato nelle sue possibilità come nei suoi rischi, dato “che ci porta avanti quasi tutti quanti” e che c’è chi “è sottovento e non vuol sentir l’odore di questo motore”, come canterà quasi un secolo dopo Fabrizio De André, più vicino come sensibilità ad Emily Dickinson.
Questa riflessione non impedisce però a Whitman di accettare quanto gli dice la locomotiva e di affrontare con convinzione la sfida che lei gli pone davanti. Lei così convincente con il suo fischio lanciato nel cielo libero, felice e forte.
Lei alla quale si adattano questi altri bellissimi versi sempre di Whitman “…che vi è di nuovo in tutto questo,/oh me, oh vita !/Risposta/Che tu sei qui,…”

Walt Whitman (1819–1892). Leaves of Grass.

To a Locomotive in Winter

THEE for my recitative!     
Thee in the driving storm, even as now—the snow—the winter-day declining;     
Thee in thy panoply, thy measured dual throbbing, and thy beat convulsive;     
Thy black cylindric body, golden brass, and silvery steel;     
Thy ponderous side-bars, parallel and connecting rods, gyrating, shuttling at thy sides;
Thy metrical, now swelling pant and roar—now tapering in the distance;     
Thy great protruding head-light, fix’d in front;     
Thy long, pale, floating vapor-pennants, tinged with delicate purple;     
The dense and murky clouds out-belching from thy smoke-stack;     
Thy knitted frame—thy springs and valves—the tremulous twinkle of thy wheels;
Thy train of cars behind, obedient, merrily-following,     
Through gale or calm, now swift, now slack, yet steadily careering:     
Type of the modern! emblem of motion and power! pulse of the continent!     
For once, come serve the Muse, and merge in verse, even as here I see thee,     
With storm, and buffeting gusts of wind, and falling snow;
By day, thy warning, ringing bell to sound its notes,     
By night, thy silent signal lamps to swing.     
 
Fierce-throated beauty!     
Roll through my chant, with all thy lawless music! thy swinging lamps at night;     
Thy piercing, madly-whistled laughter! thy echoes, rumbling like an earthquake, rousing all!
Law of thyself complete, thine own track firmly holding;     
(No sweetness debonair of tearful harp or glib piano thine,)     
Thy trills of shrieks by rocks and hills return’d,     
Launch’d o’er the prairies wide—across the lakes,     
To the free skies, unpent, and glad, and strong.

A una locomotiva d’inverno

A TE per il mio recitato!
A te nella tempesta furiosa, anche adesso-il bianco spesso, della neve-l’invernale-giorno al declino;
A te nella tua veste d’acciao, il tuo misurato battito duale, e il tuo ritmo convulsivo;
Il tuo nero corpo cilindrico, dorato bronzo, e argentato acciaio;
Le tue potenti barre laterali, bielle parallele e unificanti, rotanti, oscillanti ai tuoi fianchi;
Il tuo metrico, ora aumentante respiro e ruggito- ora sfuggente nella distanza;
La tua grande protundente luce principale, là sulla fronte;
I tuo lunghi, pallidi, fluttuanti pennacchi di vapore, tinti di delicato viola;
Le dense e oscure nuvole eruttate dalla tua ciminiera;
Il tuo ricamato telaio-le tue sospensioni e valvole-lo sfarfallante luccichio delle tue ruote;
Il tuo treno di carrozze dietro, obbediente, allegramente-seguente;
Attraverso la tormenta o calma di vento, ora veloce, ora lenta, comunque costantemente di gran carriera;     
Prototipo del moderno! emblema di movimento e potenza! pulsazione del continente!
Per una volta, vieni e sii a servizio della Musa, e traduci in versi, proprio mentre Io qui Ti vedo;
Con tempesta, e picchiettanti soffi di vento, e neve cadente;
Di giorno, il tuo avviso, campana sonante per suonare le proprie note,
Di notte, i tuoi silenziosi segnali luminosi da oscillare.
 
Bellezza dal collo fiero!
Scorri attraverso il mio campo, con tutta la tua sfrenata musica! le tue luci oscillanti di notte;
Il tuo perforante, pazzamente-fischiato riso! le tue eco, rombanti come un terremoto, eccitando il tutto!
Completa legge di Te stessa, il Tuo proprio binario saldamente trattenuto;
(Nessuna dolcezza cortese di arpa lacrimosa o di delicato pianoforte la tua,)
I tuoi trilli di strilli da rocce e colline rimbalzati,
Scagliati oltre le praterie e attraverso i laghi,     
Verso i tuoi cieli liberi, non repressi, e felici, e forti.

Different Trains di Steve Reich

Un bambino, i treni e l’Olocausto.

Far stare assieme musica, Olocausto e treni nello stesso brano non è semplice. Steve Reich c’è riuscito con “Different trains”, allora ci tento anch’io; il suo tentativo è una composizione musicale, il mio un piccolo scritto e quindi mi rendo conto di avere vita più facile.
Steve Reich è infatti un musicista contemporaneo -per molti appartenente a quel genere chiamato “minimalismo”- che in molte composizioni, come in questa, ha usato anche musica elettronica e musica concreta.
Però, se parlo di musica concreta senza spiegare cosa essa sia, rischio di non farmi capire fin da subito. Eppure la musica concreta è determinante in questo brano e bisogna aver chiari i singoli elementi della composizione e poi metterli assieme per potersi orientare e tentare di capire qualcosa. Come l’Olocausto: se non si hanno chiari i fatti storici che l’hanno preceduto e che si sono combinati per causarlo in modo che si spera irripetibile, non lo si può afferrare e non lo si può capire.
In breve: la musica concreta è la riproduzione di suoni, spesso manipolati prima o nel corso dell’esecuzione, registrati dalle fonti più disparate. Per una strana coincidenza il primo brano di musica concreta, realizzato dal francese Pierre Schaeffer, è “ferroviario”: “Étude aux chemins de fer” è la riproduzione di fischi, sbuffi, rotolamento sui binari di un convoglio ferroviario registrati dal vivo. E questo ci consente di dire con orgoglio, la prossima volta che ascolteremo una locomotiva a vapore (ma anche un bel locomotore elettrico), “Senti che musica!”. Non tutti capiranno, come successe a Schaeffer e come sperimentò Reich. Non importa.
“Different trains”, treni diversi, nasce da un’eseprienza biografica di Reich, che da bambino viaggiò frequentemente tra le due coste degli Stati Uniti per stare con i suoi genitori che, quando divorziarono, avevano scelto l’affido condiviso. Quindi Steve Reich si fece tutti i treni famosi che viaggiavano da costa a costa degli USA tra la fine degli anni ’30 e i primi anni ’40, credo facendo crepare d’invidia più di un appassionato.
Molti anni dopo, già adulto, si rese conto che se lui, ebreo, fosse vissuto da bambino sull’altra sponda dell’Atlantico, sarebbe stato costretto ad usare treni ben diversi, per altre destinazioni e per destini molto più incerti: Different Trains, insomma. Di quelli che portarono centinaia di migliaia di ebrei verso i numerosi campi di sterminio sparsi in tutta Europa.
La strumentazione può sembrare insolita, ma è influenzata da altri lavori che Steve Reich aveva terminato in quel periodo -la composizione è del 1988- e prevede un quartetto d’archi, estratti di interviste tagliati talvolta fino a selezionare il singolo elemento tematico, tastiere elettroniche e registrazioni di treni.
Il brano si apre con una potente frase degli archi con percussioni sullo sfondo che, alle orecchie di un appassionato, suona inequivocabilmente come l’incedere di una locomotiva a doppia espansione: una potente Hudson o una Pacific, quasi sicuramente carenate, che immaginiamo in testa ai treni più veloci che in quegli anni attraversavano gli Stati Uniti. Reich non vuole fare una musica imitativa o a programma, ma l’intento è quello di rendere il mondo di un bambino che viaggiava nei treni più prestigiosi dell’epoca, per il quale la dimensione, la potenza, la velocità e la linea estetica delle locomotive molto probabilmente avevano una forte influenza nella sua immaginazione: i convogli a trazione diesel che già in quegli anni effettuavano servisi prestigiosi non vengono nemmeno citati.
Al quartetto si affianca subito la tastiera elettronica che sovrappone suoni derivati sempre dal passaggio del treno (per l’appassionato fischi di locomotiva e fruscii dell’aerodinamica) e, dopo una breve introduzione, frammenti di interviste fatte alla governante che accompagnava Reich bambino nei suoi viaggi e ad un inserviente della Pullmann che parlano dei viaggi in treno nell’America degli anni ’30. Il parlato è molto importante perché, secondo una tecnica compositiva che Reich stava elaborando in quegli anni, serve per creare la base armonica e tematica della musica.
Il parlato non è solo uno strumento al servizio della musica, è anche un tentativo di affiancare e rendere in contemporanea un intento documentaristico e uno musicale: il treno, i personaggi e il viaggio non sono più resi imitativamente, ma sono protagonisti del brano con dignità pari a quella della musica.

La composizione si divide in tre movimenti:

    America-Before the War
    Europe-During the War
    After the War

Il primo movimento, del quale abbiamo iniziato a parlare, prosegue per circa nove minuti con un tono positivo nei confronti dei treni: la velocità, il lusso, la tranquillità, resi sia dalla scelta dei brani vocali che dalla musica. Significativa la ripetizione “From New York to Los Angeles to New York” che sottolinea sia i frequenti viaggi di Reich bambino, ma anche l’affidabilità del servizio e quindi il “different trains every time” della governante che verosimilmente dà il nome alla composizione. La musica, costituita da frasi lunghe alternate a frasi più ritmiche che armonicamente si adeguano sempre al parlato, contribuisce ad approfondire il senso che Reich ha inteso dare a questo movimento.
Il secondo movimento cambia drammaticamente l’atmosfera. E la base è ora composta da brani di interviste a sopravissuti ai campi di sterminio.
Il passaggio dal primo al secondo movimento è reso con l’elenco degli anni nei quali si svolgono le storie parallele di questi “treni differenti”. La musica si ispira ancora al parlato, ma è ora più cupa, più claustrofobica, più angosciante. Non ci sono più i fischi rassicuranti delle locomotive, ma sirene, fischi urlati, ora resi con registrazioni dal vivo.
Rispetto al primo movimento il parlato è più presente e più descrittivo, molto probabilmente nell’intento di dare maggior pathos alla drammaticità delle storie narrate che furono vissute dai protagonisti nella loro infanzia. Il contrasto con il mondo di Reich bambino e con i treni da lui utilizzati non potrebbe essere più evidente.
L’ultimo movimento inizia con un tema estraneo alla ferrovia, una specie di inno festoso (sembra di riconoscere temi celebrativi ebraici) che porta alla prima frase “the war is over”, un liberatorio “la guerra è finita”.
Il serrato fraseggio ritmico che segue rimanda indubbiamente alle sonorità ferroviarie che si erano udite nel primo movimento, ma ora sono molto più rarefatte. E’ infatti la voce della governante a riprendere la narrazione dei viaggi (“To Los Angeles. To New York.”), quindi quella del dipendente della Pullman. L’area tematica è sempre quella del primo movimento, soprattutto per i suoni “ferroviari”, ma più che una ripresa, si assiste ora ad una riflessione espressa musicalmente sul materiale tematico esposto nei precedenti movimenti. Sgnificativa anche l’assenza nel titolo del terzo movimento del riferimento geografico. E’ un invito alla riflessione rivolto anche all’ascoltatore: se negli Stati Uniti le cose sembrano riprendere come prima (Steve Reich riprende i suoi viaggi da pendolare tra le residenze dei due genitori), altrove -in Europa- non può essere così. Il movimento si chiude su frasi musicali che tratteggiano un’atmosfera melanconica. Non credo che con essa Reich ci voglia dare un suo giudizio sulla Storia (in qualche modo ce l’ha rivelato con il titolo), ma forse -credo- è solo un modo per invitarci a riflettere. In quel momento non c’è una risposta perché ora tocca all’ascoltatore.

Quarto meeting annuale Club fermodellistici della Mitteleuropa

Si è svolto il 15 giugno, in una bella e calda giornata, a Lubiana (Slovenia) il quarto incontro dei club fermodellistici della Mitteleuropa.

La scelta del luogo è stata particolarmente azzeccata: il deposito locomotive della stazione di Lubiana, con annesso museo ferroviario e sede del gruppo DLZ “Železna Cesta”, che si è incaricato di organizzare l’evento.

Ottima accoglienza e molte attrattive, fin dal momento dell’arrivo. Mentre veniva offerto un caffè, in deposito si lavorava già per portare all’aperto alcune delle locomotive a vapore presenti all’interno della grande rimessa circolare.

Per ogni locomotiva, una vera e propria visione a 360° con un giro completo sulla piattaforma per ammirare il mezzo da tutte le angolazioni.

Per la visita al museo si sono divisi due gruppi, visti i numerosi presenti. Molti i cimeli presenti: la ricostruzione della biglietteria, della sala d’aspetto, di uno scompartimento… le antiche biciclette ferroviarie, le divise, i sistemi di controllo, uno dei quali funzionante ed in grado di comandare i tre segnali ad ala presenti sul piazzale.

Prima e dopo il pranzo, accanto alla piattaforma circolare, correva una locomotiva a scartamento ridotto del gruppo 71, la 012, sulla quale due persone alla volta potevano viaggiare in cabina assieme al macchinista.

Infine, dopo una breve presentazione dei gruppi presenti (DLZ Ljubljana, KZMZ Zagreb, MEC Kärnten, Ferclub Trieste, ATR Gorizia e, per la prima volta, il BFMK Budapest, oltre ovviamente al Fermodel Club Portogruaro), la visita al plastico del gruppo, mentre era sempre disponibile il treno a vapore vivo per un giro attorno ai rotabili esposti all’aperto.

L’appuntamento per l’anno prossimo per la quinta edizione sarà molto probabilmente a Zagabria. Un ringraziamento al gruppo organizzatore per l’ospitalità e le numerose attrattive che hanno riempito la giornata!

Incontro a Jesenice dei Club fermodellistici della Mitteleuropa

Su invito del modellista sloveno Marjan Polach, siamo stati lieti di partecipare all’incontro di alcuni Club Fermodellistici della Mitteleuropa, ospitato dal club M. Vlaki, presso la propria sede al deposito locomotive di Jesenice il 2 giugno 2013.

Tra i gruppi partecipanti, il Modelleisenbahn Kärnten Köttmannsdorf di Klagenfurt per l’Austria, il Društvo Ljubiteljev Železnic di Celje per la Slovenia, il Klub Željeznickih Modelara di Zagabria per la Croazia ed infine per l’Italia, il Ferclub di Trieste, il gruppo SAT di Udine e naturalmente il Fermodel Club di Portogruaro.

Presenti alcuni diorami e riproduzioni modellistiche di locomotive e tram, portati dai club invitati, mentre era in funzione l’ampio e ricco plastico modulare del club ospitante.

Il Fermodel Club ha esposto un diorama (realizzato dal socio Loris Toneguzzo) riproducente un casello della linea Casarsa-Portogruaro ed un’automotrice ALn772.

Dopo i saluti agli invitati ed ai visitatori del presidente del club Sloveno e del sindaco di Jesenice, siamo stati invitati presso la rotonda del deposito locomotive per assistere all’arrivo di una locomotiva a vapore del deposito di Ljubiana (06-018), alle operazioni di giratura, di rifornimento del carbone, pulizia camera del fumo e lubrificazione. La locomotiva è ripartita nel pomeriggio.

A conclusione della giornata, il presidente del club ospitante ci ha fatto da guida per la visita alla sala dirigenti movimento della stazione di Jesenice, nella quale abbiamo potuto ammirare oltre agli impianti computerizzati di comando anche una splendida vista dall’alto della stazione stessa.

Una giornata un po’ ventosa ma priva di precipitazioni ha fatto da cornice a questa interessante manifestazione internazionale.

Calendario 2013 – Ultimi sbuffi di vapore in Europa

In occasione della mostra del 18 novembre 2012 è stato presentato il nuovo calendario del Fermodel Club per l’anno 2013.

Il titolo è molto esplicativo: il calendario contiene infatti 12 immagini, assolutamente inedite ed originali, di locomotive a vapore riprese in Italia, Austria, Francia e Germania nei primi anni 70, quando le locomotive raffigurate erano ancora in servizio regolare, sebbene a fine carriera.

Il calendario è ancora disponibile, facendone richiesta ad uno degli indirizzi dell’associazione (anche semplicemente via mail a info@fermodelclub.it) e versando un piccolo contributo per le spese.

Mostra di modellismo ferroviario e vapore vivo

Il Fermodel Club organizza il 18 novembre 2012, nell’ambito della Fiera di S.Andrea, a Portogruaro, la consueta mostra di modellismo ferroviario. Luogo dell’esposizione, quest’anno, è la Sala Caminetto presso la Villa Comunale, in via Seminario 3; inoltre, all’esterno, sul cortile della Villa Comunale antistante il parco, ci sarà anche un circuito a capore vivo a cura del Gruppo 835 di Fiume Veneto.

Saranno presenti plastici, diorami ed una esposizione statica a tema, collegata alla presentazione del calendario 2013 del Fermodel Club, intitolata “Ultimi sbuffi di vapore in Europa“. Il calendario propone 12 foto assolutamente inedite scattate negli anni 70 in vari Paesi europei.

L’orario di apertura della mostra e del circuito a vapore vivo è dalle 10:00 alle 18:00 di domenica 18 novembre 2012.